I libri sono pericolosi

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 “Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile”. Chi è stato ad uccidere Bluma Lennon? L’automobile o la poesia? Il traffico o la letteratura? Il caso o il libro? Comunque si risponda, e senza arrivare per forza ad esiti tragici, è indubbio che un libro può cambiarti la vita per sempre; che i libri sono pericolosi. Come sa il Potere. E come sa l’Amore …

 I libri come ossessione. Carlos Brauer cedeva ormai compulsivamente all’acquisto e i libri si accumulavano sotto i letti, si impilavano nei corridoi, avanzavano strisciando per la casa, “silenziosi, innocenti”, come dotati di vita propria. Si sentiva intrappolato dai libri. Non riusciva a smettere, a disfarsene, legato a loro “in virtù di un patto di necessità e di oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo”. Lui scriveva sui libri. A margine, in fondo, tra le righe. Individuava pieghe sinuose, percorsi fisici. C’era un ritmo tra quei sentieri d’inchiostro, un’armonia nascosta da svelare con la musica giusta; figure e disegni, come corpi da accarezzare, annusare … L’asetticità di un libro intonso e patinato lo lasciava indifferente. Lui doveva arrivare a “possedere” il libro, farlo suo, come un amante mai sazio. Finché, contro la sua volontà, incontrò dei limiti.

 Spazio e denaro, all’inizio. Poi il fuoco. Alla fine … il mare. Ma ormai era già andato in tilt: un giorno si accorse con orrore di non riuscire a trovare i libri che cercava. E un libro che non si trova è un libro che non esiste (più). Un libro morto. E’ come perdere un pezzo di sé. E lui voleva averli sempre tutti vivi, vicini. Immediatamente raggiungibili. Circondarsene, come le pareti di casa … Mettere ordine, quindi, ma come? La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. E il lettore è come un viaggiatore che si muove in un paesaggio infinito: “l’albero è già stato scritto, e la pietra, e il vento fra i rami, e la nostalgia di quei rami e l’amore cui prestarono la loro ombra”. Una biblioteca è una porta nel tempo, diceva Borges. Inclassificabile, se non per affinità recondite, soggettive; per misteriose corrispondenze e personali illuminazioni di senso. Ma si può amministrare una biblioteca, come del resto la vita, con un catalogo mentale? Con uno schedario spirituale in perenne e necessario aggiornamento?

 Un libro, La linea d’ombra di Conrad, arriva un giorno sulla scrivania di Bluma Lennon, docente di ispanistica a Cambridge, tragicamente scomparsa come sappiamo (?). Sembra un volume dedicato, a un certo Carlos, e poi restituito. Ma perché? E perché il libro è impastato con frammenti di cemento?

Le risposte ne “La casa di carta”. Di Carlos María Domínguez (Sellerio ed.)

Filosofia (e poesia) sotto il ghiacciaio

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 Ah, cosa mi tocca sentire, la chiesa è sprangata! Sì, Lei dice bene, bisognerebbe proprio aggiustare i cardini. E anche mettere i vetri alle finestre. Non va mica bene. Qui, d’estate, arrivano tanti bei visitatori a guardarsi intorno. E non è bene che la chiesa sia sprangata”.

“Ma i fedeli cosa ne pensano? Non trovano che sia un male, non poter aprire la chiesa?”

“Oh, non direi.”

“Per esempio, a Natale?”

“Ormai ci sono tanti svaghi.”

 Il reverendo Jón non è quel che si dice un parroco esemplare. Da tempo ha smesso di predicare, di battezzare, di seppellire i morti. La sua chiesa, ormai in rovina, è sprangata. Sono vent’anni che non ritira lo stipendio. Si guadagna da vivere ferrando cavalli e aggiustando qualunque cosa sia rotta. Pare anche che viva con una donna che non è sua moglie, ma ai suoi parrocchiani va bene così. Lo rispettano e gli vogliono un gran bene. Il fatto è che ai piedi del vulcano Snæfell, nel lontano ovest dell’Islanda, la vita scorre diversa. Che bisogno c’è di relegare il soprannaturale in spazi e tempi predefiniti? Il soprannaturale lo si respira in superficie, all’ombra del ghiacciaio immobile dai bordi dorati. Tutti sanno che il vulcano, dalla cima ghiacciata come una ciotola di smalto rovesciata, è il centro dell’Universo. Da lì si calarono, non a caso, i personaggi di Verne per raggiungere il centro della Terra. Il centro di se stessi. Scendere “dentro”, per salire “fuori” alla luce della conoscenza. Sprigiona una luce ipnotica fredda, il ghiacciaio, magica, una forza magnetica che non ha bisogno di funzioni religiose: il Sacro è lì, nella Natura. E ogni dottrina è inutile. “Quando ho scoperto che la storia è una favola e anche brutta, – dice il reverendo Jón a Emve, l’Ingenuo Emissario del Vescovo mandato a indagare le ragioni di tanta incuria spirituale – mi sono messo a cercare una favola un po’ migliore, e ho trovato la teologia”.

“Sotto il ghiacciaio” di Halldór Laxness, Nobel 1955 per la letteratura, potrebbe sembrare un romanzo dissacrante, irriverente, caustico, alla Voltaire, invece non è questo, o almeno, non è solo questo. Il conte philosophique, infatti, si fa fantascienza e quindi allegoria di una società utopica dove, attraverso una bioinduzione interstellare realizzata nel ghiacciaio, “la vita è tanto progredita da non poter morire” e una vita che non può morire, “può solo diventare più forte e più bella”. E con un progetto così, teso a rendere possibile non una ma tutte le resurrezioni, la narrazione assume tratti visionari, onirici, poetici, ma anche comici e parodici. Come verso le religioni istituzionali, ad esempio. Nell’ambito di una Creazione che, mettendo d’accordo scienza e teologia, non è ancora finita o perfetta (nel senso etimologico di perficere, eseguire completamente, finire, terminare), non ci sono parole per dire la Creazione e la sua bellezza; per dire il ghiacciaio. Solo il silenzio è religioso. Persino la parola Dio, god nelle lingue germaniche, in origine non è il nome di niente. Non è nemmeno un sostantivo, al più il participio passato di un verbo che significa adorare. Dio è, in tutte le religioni, l’adorato, ma “manca il concetto stesso di Dio; non sappiamo cos’è”. Nel catechismo c’è scritto “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio”. Ma per il reverendo Jón sembra valere piuttosto “Avrai ogni altro Dio che il Signore  Dio tuo”… perché “chi vuole ergere la propria fede dinanzi agli altri, badi di non perderla anche lui”.

Ma ciò che assilla i bizzarri personaggi del villaggio, è l’eternità: “la vita è un’invenzione assolutamente assurda, se non è eterna”. Il tempo come eternità, quindi la fine del Tempo, la sua abrogazione, come auspicava Strindberg, guarda caso “nordico” anche lui. Susan Sontag, nella entusiasta postfazione del libro, riconosce che anche in “Sotto il ghiacciaio” c’è lo stereotipo (ironico?) che protagonista di avventure straordinarie, di rivelazioni e scoperte, illuminazioni e iniziazioni è sempre un uomo perché “una donna può rappresentare le Donne. Solo un uomo può rappresentare l’Uomo o l’Umanità”. Tuttavia l’idea più alta del romanzo, l’eternità appunto, è incarnata in una donna. Ha forma, mutevole e cangiante, di Donna. Úa è la donna irresistibile che si trasforma: strega, puttana, madre, iniziatrice sessuale, fonte di saggezza”. E’ ciò che non passa tra mille identità e mille luoghi diversi, “non solo nell’apparenza esterna, ma soprattutto dentro di me. Chi può portarti via tua madre? Come può tua madre andar via da te? Anzi, più tu invecchi, e più tempo passa dalla sua morte, più ti è vicina”. E come amante, come Amore, “non è mai andata via da me neanche un solo istante. Mi è più vicina lei dei fiori del campo e della luce del ghiacciaio, perché è fusa nel mio stesso respiro. Resta lì fermo solo ciò che risiede nel profondo di te stesso, anche se tu voli da una galassia all’altra”. La sua casa non può essere che all’ombra del ghiacciaio.

“Che montagna singolare. Di notte, dopo che il sole è tramontato, il ghiacciaio diventa un profilo quieto che riposa in se stesso ed esala su persone e animali la parola mai, che forse vuol dire sempre. Vieni, soffio di morte”.

 “Chi non vive nella poesia non sopravvive su questa terra”. Parola di reverendo Jón.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattina d’inverno

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Scricchiolii di cristalli

nel vapore bianco

del gelo di dicembre.

Un uomo porta a spasso il suo cane

nel deserto della città.

Sagome incerte di fiuto e fumo

sanno però dove andare:

santuari di gatti e alcove d’amore

li attendono.

Come promesse

di fremiti e calore.

 

 

Un ciliegio in fiore

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Si può essere poeti anche senza carta e penna. Usando la macchina da presa, ad esempio. Ogni fotogramma un verso; ogni immagine una poesia.

Si può essere rivoluzionari senza alcuna violenza. Raccontando una storia, ad esempio. Ogni sequenza un pugno all’ingiustizia; ogni azione la realtà come dovrebbe essere e non è.

Si può credere ai miracoli senza nessuna fede. Mostrando chi aiuta l’altro, ad esempio. Ogni gesto solidarietà spontanea; ogni atto dovere puro.

 Si può essere Aki Kaurismäki. E girare un film come “Miracolo a Le Havre”, ad esempio. E allora tutto torna: la storia più realistica e attuale nel contesto più surreale e atemporale. Come una favola per adulti. La trama più semplice nei rimandi cinematografici e letterari più raffinati. Come un’antologia per eletti. L’amore più vero nelle facce più scavate, negli occhi più dolci. Come ritratti senza tempo per chi sa guardare dentro. La denuncia meno urlata ma tanto più efficace negli interni di povertà dignitosa, nel ferro da stiro, nelle scarpe da pulire, nella scatola dei risparmi; la pietas più umana negli angusti cortili, nei vicoli, nel fruttivendolo e nella fornaia, nel vicinato che tutto capisce e senza parole passa ai fatti. Per fare ciò ch’è giusto: ricongiungere un figlio a sua madre. Un figlio. Una madre. C’è chi li chiama clandestini.

 Non è la realtà reale, quella mostrata da Kaurismäki. E’, appunto, un miraculum, una cosa meravigliosa che, in quanto tale, non accade nell’ordinario. Nell’ordinario esistono i lager dei centri d’accoglienza; nell’ordinario la carità fatta al prossimo, in opere e beni, serve in genere a chi la fa: impegno nel sociale o nel volontariato come scarico di coscienza o ricerca di un senso per la “propria” vita in primis. Lodevole, ma pur sempre una sorta di do ut des praticata nella forma dell’eccezionalità. Il vero miracolo sta nel disinteresse puro. In un fare che non pretende, non chiede, ma si attiva senza discorsi e senza motivazioni “altre”.

 Il vero miracolo, sembra dirci Kaurismäki, è silenzioso. E’ umile. Non richiede colpi di scena né effetti speciali. Per questo è così raro, oggi. Ma nemmeno impossibile in assoluto. Crederci si può. 

E’ un ciliegio in fiore, il miracolo. Fuori dal tempo e fuori dal coro. Proprio come il cinema di Kaurismäki.

 

All’improvviso accanto

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 L’amore nel suo momento aurorale. Quando, ancora sconosciuto, nome vuoto che succede dentro i libri, si affaccia alla coscienza di bambino senza sapere cos’è. Solo stupore. Hanno la stessa origine amore e filosofia. Nascono entrambi da un atto di meraviglia che domanda e non a caso unisce. All’inizio “amare” è solo un verbo che si coniuga a scuola come esempio di prima coniugazione latina, una sorta di “dolciume obbligatorio”. Nella meccanica ripetizione, s’insinua, però, una crepa: l’imperativo. Si può forse ordinare di amare? Né l’azione né l’oggetto dell’azione possono essere comandati.  Nella successiva consapevolezza degli studi, una distanza s’impone dal messaggio cristiano: lì l’amore è comandato, e per i propri nemici, per giunta, perché non c’è alcun merito ad amare chi ci ama. Ma c’è merito (e possibilità di realizzazione) in un amore imposto? Può, l’amore, essere indotto come la fede-abitudine, la fede-meccanismo di Pascal? Si può imparare ad amare?

 Più probabile è che l’amore sia destino. Ma non secondo la lingua spagnola: lì è arrivo; meglio secondo la lingua di chi è nato a Napoli: lì il destino è alle spalle, è una provenienza. L’amore è una ri-conoscenza. Ma allora è anche giustizia. Risarcimento di vendetta. Solo in questo senso è anche volontà. Che non a caso è vocabolo femminile. Come acqua, aria. E giustizia, appunto.

 Più semplicemente, l’amore è bellezza:

 “Mi fermai a guardarla. Il vestito bianco, una margheritina all’orecchio, odore diverso da quello delle mandorle, la fissavo, lo sguardo inceppato su di lei. Fu la prima notizia certa della bellezza femminile. Non sta sopra le copertine dei giornali, delle passerelle, sullo schermo, sta invece all’improvviso accanto. Fa sussultare e svuota. Resti così.” (Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, Feltrinelli ed.)

 

Questione di educazione (e non solo …)

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 Il berlusconismo è più ampio di Berlusconi. E’ (stato) un modo di vivere e di pensare. Un linguaggio. Ci vorrà tempo a rimuovere le sue macerie di volgarità. Ma per una il tempo è già arrivato.  

 Sparirà finalmente l’uso del nome proprio per indicare il Presidente del Consiglio. Ce lo vedete il professor Monti ad essere chiamato Mario? Vi vedete a dargli del tu secondo lo “stile” di certo “giornalismo”? Sparirà finalmente dai titoli di qualche testata quel “Silvio” così falsamente familiare e così volutamente servile. Come fosse, il Presidente del Consiglio, l’amico tuo e di tutti; peggio, il commenda milanese da pacca sulle spalle, il compagnone di merende o di festini notturni. Impensabile una volta chiamare Alcide quel De Gasperi che chiedeva aiuti al mondo con la dignità del suo vestito liso.

 Gli esempi dall’alto si propagano in basso. Confida Franca Valeri nell’intervista rilasciata a Mario Calabresi in Cosa tiene accese le stelle: «Mi irrita questo uso automatico del “tu”, accade con chiunque, dopo un attimo. Mi irrita perché si ostentano rapporti amichevoli e fraterni in un’epoca ostile alla fratellanza. E’ una cosa falsa»

Ripristinare le distanze. Rimettere cose e persone al loro posto. Bisogno di serietà, di rispetto. Di un sano e ritrovato moralismo, di cui tessere l’elogio (così Rodotà nel suo ultimo libro), senza timore di apparire bacchettoni. Necessità di una (ri)educazione. Anche ripristinando una forma. Che è sostanza.  

 

Il lato notturno della vita

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 Cercò di rendersi utile. Contro le interpretazioni fuorvianti. Com’era nel suo stile e nella sua missione di intellettuale. Lei, malata di cancro, si rende conto che raccontare, anche in prima persona, l’ennesima storia di sofferenza, lotta e coraggio, a poco sarebbe servito. Più utile, forse, un’idea che un racconto: quella di mostrare come la malattia in sé, nel corso del tempo, sia stata vissuta, pensata, detta. Soprattutto la malattia misteriosa, quella dalle cause ancora sconosciute e/o dalle terapie inefficaci. Un tempo la tbc, la sifilide, ora il cancro, l’Aids e la vasta gamma delle sclerosi. Malattie individuali e individualizzanti, che segnano e separano. Diverse dalle epidemie (influenza, peste, colera …), più anonime, spersonalizzanti, dalla morte come mucchio indifferenziato. Tutte, però, aventi una caratteristica comune: quella di essere (state) interpretate, metaforizzate, sovraccaricate di un significato “altro” e “oltre” il puro dato fisico, oltre la loro semplice, per quanto seria e complessa, “natura” di malattie e basta. “Non c’è niente di più punitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è invariabilmente moralistico”. L’intento di Susan Sontag, nel saggio “Malattia come metafora. Cancro e Aids”, è chiaro: “La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese. Io intendo descrivere non la realtà dell’emigrare nel regno della malattia e del viverci, ma le fantasie punitive o sentimentali costruite intorno a questa situazione; non una geografia reale, ma stereotipi di carattere nazionale. Il mio tema non è dunque la malattia fisica in sé, ma i modi in cui la malattia viene usata come figura o come metafora. La mia tesi è che la malattia non è una metafora, che la maniera più corretta di considerarla – e la maniera più sana di essere malati – è quella più libera e aliena da pensieri metaforici”.

 Punizione divina (o manzoniana provvidenza …) era il significato attribuito alle grandi epidemie del passato. Eppure una qualche connotazione religiosa persiste anche nelle malattie individuali. Come un destino. Quando ti chiedi: “Perché proprio a me?”, quando gli altri hanno quasi timore di pronunciare in tua presenza il nome della malattia che ti affligge, come temessero un contagio; quando prevalgono nascondimento, imbarazzo o vergogna, c’è come un rinvio sotteso ad “altro”, ad una trascendenza che spiega senza spiegare; ad una fatalità che, quando assume colori laici e falsamente liberali, si carica di nefasto moralismo. Se c’è punizione c’è colpa. Quindi c’è il tuo passato, la tua vita di fumatore, di sedentario, di bevitore; c’è la cattiva alimentazione; c’è il sesso, sregolato, innaturale, deviato, sporco … “Le reazioni alle malattie associate ai peccatori e agli indigenti raccomandavano sempre – scrive la Sontag – l’adozione di valori borghesi: abitudini regolari, produttività e autocontrollo emotivo … la buona salute stessa fu dunque alla fine identificata con quei valori, non solo mercantili ma anche religiosi, essendo la salute testimonianza di virtù e la malattia di corruzione”. Se c’è punizione c’è colpa. Quindi c’è la tua vita di corse, di stress, di affanni; c’è la tua natura, passionalmente repressa o all’inverso dissipatrice … “C’è una predilezione particolarmente moderna – continua la Sontag – per le spiegazioni psicologiche delle malattie come di ogni altra cosa. Lo psicologizzare sembra permettere un controllo di esperienze ed eventi (come le malattie gravi) che di fatto sono poco o niente controllabili. L’interpretazione psicologica erode la «realtà» della malattia. Tale realtà ha bisogno di una spiegazione (significa realmente ciò che è o è un simbolo di qualcosa o deve essere interpretata). Per quelli che vivono senza le consolazioni religiose sulla morte e senza un sentimento della morte (e di ogni altra cosa) come fatto naturale, la morte è il mistero osceno, il supremo affronto, la cosa che non è possibile controllare. Si può soltanto negarla. La psicologia deriva gran parte della sua popolarità e della sua forza di convinzione dall’essere una sorta di spiritualismo sublimato: un modo laico e apparentemente scientifico di affermare il primato dello «spirito» sulla materia. Quell’ineluttabile realtà materiale che è la malattia può avere una spiegazione psicologica”. E se poi non migliori o non guarisci, c’è la tua cattiva volontà, la tua mancanza di collaborazione, la tua disobbedienza … Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso di gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa, involontaria, della propria malattia, significa anche convincerli che se la sono meritata”. Nell’Ottocento, almeno, alla tbc era associata una personalità superiore, elegante, estremamente sensibile, passionale, colta; una bellezza languida e pallida, un’aristocraticità dello spirito se non dei natali; la malattia diventava segno di distinzione sociale e di una maggiore consapevolezza, “radiografica” quasi, della vita interiore (Thomas Mann e la magia della sua montagna insegnano …). Oggi, invece, con il cancro e l’Aids, la tendenza metaforizzante mantiene la separazione delle “vittime”, escludendo qualsiasi romanticismo o idealizzazione, e identificando tout court la malattia con il Male assoluto e radicale (il barbaro, l’alieno che è in noi), proiezione di tutte le insufficienze della nostra cultura, di tutte le nostre paure e sensi di colpa. “Cancro da estirpare” diventa sinonimo di tutto ciò che, nel corpo come nella società e nella politica, non va. Iperboli militaristiche definiscono il cancro, la più estrema delle metafore di malattia.

Il saggio di Susan Sontag vuole essere la risposta, o meglio, l’indicazione di metodo, alla speranza che Nietzsche espresse in Aurora: “Tranquillizzare l’immaginazione del malato, che almeno non abbia a soffrire, come è accaduto fino ad oggi, più dei suoi pensieri sulla malattia che della malattia stessa, penso che sia già qualche cosa. E non è poco!”. Per questo occorre demetaforizzare la malattia (che cos’è la metafora, diceva Aristotele, se non attribuire a una cosa il nome che è proprio di un’altra?), ridurla ad un fenomeno in cui la ricerca del «significato», ceda il passo a quella di informazioni corrette e terapie adeguate. Con fiducia e razionalità. Sempre.

Cosa è accaduto veramente il 12 ottobre 1492

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scoperta-americaCome tutti sanno, nessuno lì per lì si accorse di nulla. Che fosse stato scoperto (o riscoperto) un intero continente, dovevano passare anni perché ciò incidesse nell’immaginario e nell’economia planetaria. Al momento c’era solo un oscuro navigante prezzolato che nel suo giornale di bordo appuntava con meraviglia come lui, con soli tre uomini, riuscisse a mettere in fuga, tra quelle isolette sconosciute e deludenti, un’intera moltitudine di gente: “Non posseggono armi, non hanno spirito guerriero, vanno ignudi e indifesi e sono tanto vili che in mille non saprebbero attendere tre dei miei uomini”. Un oscuro navigante prezzolato che, sempre nel suo giornale di bordo, pregava il Signore che nella sua bontà gli facesse trovare l’oro sperato. Oro in cambio di battesimi … Erano più di 7 milioni gli “ignudi e indifesi” nel 1492; saranno appena 15.600 sedici anni dopo.

 Ma in fondo ciò è storia nota, quella di “una teologia della dominazione mascherata – scrive Galimberti ne I miti del nostro tempodalle false spoglie della teologia della redenzione”. Meno noto, forse, è che, a partire da quel fatidico 12 ottobre 1492, venne allo scoperto (e in ciò sta la vera scoperta) l’incapacità dell’uomo occidentale di riconoscere come proprio simile, come uomo, l’uomo non-occidentale. Data da allora uno dei mali persistenti del nostro tempo, quello di scambiare la parte per il tutto, di credere che una parte del pianeta e dell’umanità, quella occidentale appunto, coincida con il pianeta e l’umanità tout court. Ancora oggi non riconosciamo l’altro da noi come uguale a noi; scorgiamo (con apprensione) una diversità che, in quanto non occidentale, riteniamo ancora inferiore e quindi da integrare, ossia “innalzare” fino a noi; oppure, da dominare (l’altro vale tuttora per l’oro che può darmi, quello giallo delle banche centrali o quello nero dei pozzi); nella migliore delle ipotesi, da tollerare, ossia “sopportare”. Sotto qualsiasi forma, “ciò che si nasconde è l’incapacità di concepire l’uomo come altro da ciò che noi occidentali siamo divenuti”. Appena Colombo, e gli altri venuti dopo di lui, hanno incontrato l’altro, non lo hanno riconosciuto come uomo (paradossalmente, proprio nell’età di una riscoperta humanitas), ma come bestia o schiavo ed hanno imposto, con la forza e le stragi, una cultura, una lingua e una religione che erano proprie di un’Europa e di un occidente che si pensava (e si pensa) come totalità, come un tutto legittimato ad uniformare a sé il mondo intero. Con quale sostenibilità, ormai, per le sorti del pianeta e dell’economia mondiale è sotto gli occhi di tutti.

 La scoperta dell’America segnò l’inizio della modernità e di un “Umanesimo del dominio” che ha fatto ormai il suo tempo. Un nuovo Umanesimo va pensato urgentemente come fine della modernità e inizio di una nuova epoca. Di una nuova cultura.

Alla luce della luna

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 00392012_bAnche nell’America di Obama, è più facile mettere a tacere i dubbi (tanti), se a dover essere giustiziato è un nero. A Troy Davis è stata praticata l’iniezione letale. Dopo 23 anni dalla presunta uccisione di un poliziotto bianco. Le contraddizioni del sistema-america sembrano rimanere invariate nel tempo e forse è il tentativo di decifrarle una volta di più che mi ha spinto ad insistere nella lettura di un testo bellissimo quanto complesso come “Ho sposato un comunista” di Philip Roth. Occhi stanchi e caratteri tipografici piccolissimi avrebbero dovuto dissuadermi. Ma non ho mai abbandonato Roth e quell’incontro di boxe che è, ogni volta, la lettura di un suo libro. E poi, con lui, non si tratta solo di capire l’America, ma in primis noi stessi, attraverso personaggi che non di rado assurgono a grandezze shakespeariane. Uno di questi è senz’altro Iron Rinn, il “comunista” del titolo, vittima illustre del maccartismo e di una stagione politica che, come un’inesauribile metafora, getta ancora luce sui pericoli e le falsità delle attuali sedicenti democrazie. “McCarthy – scrive Roth – non si è mai veramente interessato dei comunisti; se non lo sapevano gli altri, lo sapeva lui. La spettacolarità della crociata patriottica di McCarthy fu una semplice conseguenza della sua teatralità. Fu la presenza della televisione a conferirle la falsa autenticità della vita vera. McCarthy capì meglio di tutti gli altri uomini politici americani prima di lui che chi aveva il compito di legiferare poteva fare una figura di gran lunga migliore recitando; McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci riportò alle origini, al Seicento e alla gogna. Fu così che cominciò: l’onta morale come pubblico svago. McCarthy era un impresario e, più barbaro fosse stato lo spettacolo e più gravi le accuse, più grande sarebbe stato il disorientamento e maggiore lo spasso per tutti”.

 Quello di Roth non è certo un libro sul comunismo. L’ideologia sposata da Iron Rinn avrebbe anche potuto essere un’altra. Ciò che contava era, appunto, il suo valore ideologico, totalizzante, di “riscatto” dall’infanzia infelice e dallo sfruttamento lavorativo (come scaricatore di porto, minatore e operaio) dei suoi anni di gioventù. L’ideologia è l’habitus, la maschera, il tentativo di trovare un posto e un senso al suo corpo massiccio e fragile di Abramo Lincoln redivivo. Ma Iron non è un “puro”, non è come il suo amico e mentore O’Day, che al partito e alla missione rivoluzionaria sacrifica affetti ed agi, tronfio di “quel salvacondotto morale che credeva di aver ricevuto in qualità di comunista”. Divenuto, per caso, una celebrità radiofonica, interpretando quell’Abramo Lincoln a cui tanto somiglia, Iron conosce Eve Frame, una famosa diva, una colta e sofisticata ex attrice del cinema muto, di cui si innamora follemente. E la sposerà, entrando con lei in quella stessa atmosfera borghese-capitalistica (il matrimonio sui giornali, la casa lussuosa, le cene, i party, le amicizie che contano …) che non gli apparteneva per origini, per natura, per convinzioni politiche e che era intenzionato ad abbattere nei suoi proclami rivoluzionari. Avrebbe dovuto lasciare quella donna che lo porterà alla rovina dando alle stampe, per vendetta di moglie, un libro scandalo (appunto “Ho sposato un comunista”) e scappare ma … forse si finisce sempre con l’amare ciò che non siamo. Iron, a causa di quel libro, finirà nelle liste nere di McCarthy e perderà tutto, tranne il desiderio di vendicarsi a sua volta … Come andrà a finire, sarà, a rivelarlo a distanza di tanti anni, il fratello di Iron, il mitico professore d’inglese Murray Ringold che, ormai novantenne, durante sei splendide sere di luna sulla veranda solitaria di Nathan Zuckerman/Philip Roth, racconterà appunto a Nathan, suo ex allievo, tutta la storia. “E’ molto bello, qui fuori. No, non ho freddo. Fa caldo, si sta bene. I grilli cantano, le rane gracidano, le lucciole brillano, e io non ho più avuto l’occasione di parlare tanto da quando dirigevo il sindacato insegnanti. Guarda. La luna. E’ arancione. L’ambiente ideale per togliere agli anni la loro buccia. – E’ vero, – dissi io. -  tra questi monti si può scegliere: o puoi perdere i contatti con la storia, come a volte decido di fare io, o puoi fare, mentalmente, ciò che stai facendo tu: alla luce della luna, per ore e ore, operare per riprenderne possesso”.

 Dal racconto di Murray, la vita di Iron emerge piena di errori. Inevitabilmente piena d’errori. Non può essere altrimenti se si è uomini “vivi” che vivono in un sistema “vivo” perché “mobile”, come quello americano (o della vita tout court …): “Controlli il tradimento da una parte e finisci per tradire da un’altra. Perché questo non è un sistema statico. Perché è vivo. Perché tutto ciò che vive è in movimento. Perché la purezza è pietrificazione. Perché la purezza è una bugia … Quando ti liberi, – dirà Murrey – di tutte le illusioni più evidenti (la religione, l’ideologia, il comunismo), ti resta sempre il mito della tua bontà. Che è l’ultima illusione”. Non solo la delazione, l’arrivismo, l’opportunismo, l’interessato patriottismo fanno, nel romanzo, le loro vittime: anche la bontà, anche l’altruismo. Anche l’amore …

 E allora, forse, in questo caos esistenziale e politico di difficile decifrazione, può risultare facile (e dolce) accordarsi sulle note misantrope e malinconiche dell’ultimo Roth e … guardare il cielo, nelle notti serene di questa estate che sembra non finire più.

“Ciò che si vede è l’inconcepibile: il colossale spettacolo della mancanza di antagonismo. Ciò che si vede con i propri occhi è il grande cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana.

Le stelle sono indispensabili”.

L’età per la felicità

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 C’è un’età adatta per la filosofia? A chi insegnarla? Ai più giovani, ai meno giovani? E quando? E quanto? E soprattutto, come? Se guardiamo al panorama europeo, le risposte sono molto eterogenee. C’è chi la introduce nella classe terminale, come in Francia, in vista di una sintesi “consapevole” degli studi compiuti e perché “è nella classe di filosofia che gli allievi fanno esperienza della libertà attraverso l’esercizio della riflessione”; e c’è chi, come in Germania (con buona pace di Hegel …) inserisce l’insegnamento della filosofia nel sistema delle opzioni liberamente scelte dagli studenti. Esempi in ogni caso lontani dall’Italia dove, fin dal 1923, l’insegnamento della filosofia viene concepito, ad opera dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo neohegeliano Giovanni Gentile, esclusivamente come insegnamento di storia della filosofia.

Il dibattito, niente affatto superato, è già tutto presente in Platone (“la storia della filosofia è solo un grande commento a Platone”, scriverà Alfred North Whitehead). Nel Gorgia, Callicle si fa sostenitore dei giovani. E’ adatta a loro la filosofia: “In un giovane, in un adolescente mi fa piacere vedere coltivata la filosofia, mi sembra gli convenga, credo gli servirà per formarsi uomo veramente libero, mentre un giovane che non filosofa mi sembra di natura servile, che mai aspirerà a cosa bella e nobile”. E’ invece contrario all’esercizio della filosofia in età matura. Gli sembrano ridicoli e inconcludenti quegli uomini che filosofeggiano “in un canto, chiacchierando a bassa voce con tre o quattro ragazzi, senza dire mai qualcosa di veramente libero, grande, significativo”; uomini che disertano i centri della vita cittadina e degli affari, inesperti di leggi e di questioni pratiche, “per nulla competenti del mondo umano”. “Quando vedo … un uomo già maturo che più non la finisce di filosofare, un uomo del genere, caro Socrate, mi sembra proprio degno d’essere preso a bastonate”. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Nella Repubblica, la filosofia, intesa come dialettica, è riservata all’età matura. Il timore è che i giovani ne facciano un uso sbagliato, distorto: “… i  giovincelli, non appena assaporano la dialettica, se ne servono come per gioco, usandola sempre per contraddire; e, imitando chi li confuta, confutano poi essi stessi altre persone e si divertono come cuccioli a tirare e a dilaniare con il discorso chi via via venga loro a tiro … E quando hanno essi stessi confutato molti e da molti sono stati confutati, eccoli precipitarsi, impetuosi e rapidi, a rinnegare tutto quello che credevano prima. Ecco perché di fronte agli altri sono screditati essi stessi e coinvolgono nello scredito l’intero mondo della filosofia”. Solo chi è maturo, invece, e possiede “natura ordinata e ferma”, potrà accostarsi correttamente alla filosofia e “cercare il vero”.

 Ma forse, come dice una nota pubblicità, l’età non c’entra. Forse è solo questione di teste (pensanti). Da “educare”, sempre. Nessun augurio, ad inizio anno scolastico, mi sembra più appropriato di quello contenuto nelle parole di Epicuro:

“Non indugi il giovane a filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno mai è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima. Chi dice che l’età per filosofare non è ancora giunta o è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora giunta o è già trascorsa l’età per la felicità”.


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