I libri sono pericolosi
libri 1 Commento »“Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile”. Chi è stato ad uccidere Bluma Lennon? L’automobile o la poesia? Il traffico o la letteratura? Il caso o il libro? Comunque si risponda, e senza arrivare per forza ad esiti tragici, è indubbio che un libro può cambiarti la vita per sempre; che i libri sono pericolosi. Come sa il Potere. E come sa l’Amore …
I libri come ossessione. Carlos Brauer cedeva ormai compulsivamente all’acquisto e i libri si accumulavano sotto i letti, si impilavano nei corridoi, avanzavano strisciando per la casa, “silenziosi, innocenti”, come dotati di vita propria. Si sentiva intrappolato dai libri. Non riusciva a smettere, a disfarsene, legato a loro “in virtù di un patto di necessità e di oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo”. Lui scriveva sui libri. A margine, in fondo, tra le righe. Individuava pieghe sinuose, percorsi fisici. C’era un ritmo tra quei sentieri d’inchiostro, un’armonia nascosta da svelare con la musica giusta; figure e disegni, come corpi da accarezzare, annusare … L’asetticità di un libro intonso e patinato lo lasciava indifferente. Lui doveva arrivare a “possedere” il libro, farlo suo, come un amante mai sazio. Finché, contro la sua volontà, incontrò dei limiti.
Spazio e denaro, all’inizio. Poi il fuoco. Alla fine … il mare. Ma ormai era già andato in tilt: un giorno si accorse con orrore di non riuscire a trovare i libri che cercava. E un libro che non si trova è un libro che non esiste (più). Un libro morto. E’ come perdere un pezzo di sé. E lui voleva averli sempre tutti vivi, vicini. Immediatamente raggiungibili. Circondarsene, come le pareti di casa … Mettere ordine, quindi, ma come? La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. E il lettore è come un viaggiatore che si muove in un paesaggio infinito: “l’albero è già stato scritto, e la pietra, e il vento fra i rami, e la nostalgia di quei rami e l’amore cui prestarono la loro ombra”. Una biblioteca è una porta nel tempo, diceva Borges. Inclassificabile, se non per affinità recondite, soggettive; per misteriose corrispondenze e personali illuminazioni di senso. Ma si può amministrare una biblioteca, come del resto la vita, con un catalogo mentale? Con uno schedario spirituale in perenne e necessario aggiornamento?
Un libro, La linea d’ombra di Conrad, arriva un giorno sulla scrivania di Bluma Lennon, docente di ispanistica a Cambridge, tragicamente scomparsa come sappiamo (?). Sembra un volume dedicato, a un certo Carlos, e poi restituito. Ma perché? E perché il libro è impastato con frammenti di cemento?
Le risposte ne “La casa di carta”. Di Carlos María Domínguez (Sellerio ed.) 












Come tutti sanno, nessuno lì per lì si accorse di nulla. Che fosse stato scoperto (o riscoperto) un intero continente, dovevano passare anni perché ciò incidesse nell’immaginario e nell’economia planetaria. Al momento c’era solo un oscuro navigante prezzolato che nel suo giornale di bordo appuntava con meraviglia come lui, con soli tre uomini, riuscisse a mettere in fuga, tra quelle isolette sconosciute e deludenti, un’intera moltitudine di gente: “Non posseggono armi, non hanno spirito guerriero, vanno ignudi e indifesi e sono tanto vili che in mille non saprebbero attendere tre dei miei uomini”. Un oscuro navigante prezzolato che, sempre nel suo giornale di bordo, pregava il Signore che nella sua bontà gli facesse trovare l’oro sperato. Oro in cambio di battesimi … Erano più di 7 milioni gli “ignudi e indifesi” nel 1492; saranno appena 15.600 sedici anni dopo.
Anche nell’America di Obama, è più facile mettere a tacere i dubbi (tanti), se a dover essere giustiziato è un nero. A Troy Davis è stata praticata l’iniezione letale. Dopo 23 anni dalla presunta uccisione di un poliziotto bianco. Le contraddizioni del sistema-america sembrano rimanere invariate nel tempo e forse è il tentativo di decifrarle una volta di più che mi ha spinto ad insistere nella lettura di un testo bellissimo quanto complesso come “Ho sposato un comunista” di Philip Roth. Occhi stanchi e caratteri tipografici piccolissimi avrebbero dovuto dissuadermi. Ma non ho mai abbandonato Roth e quell’incontro di boxe che è, ogni volta, la lettura di un suo libro. E poi, con lui, non si tratta solo di capire l’America, ma in primis noi stessi, attraverso personaggi che non di rado assurgono a grandezze shakespeariane. Uno di questi è senz’altro Iron Rinn, il “comunista” del titolo, vittima illustre del maccartismo e di una stagione politica che, come un’inesauribile metafora, getta ancora luce sui pericoli e le falsità delle attuali sedicenti democrazie. “McCarthy – scrive Roth – non si è mai veramente interessato dei comunisti; se non lo sapevano gli altri, lo sapeva lui. La spettacolarità della crociata patriottica di McCarthy fu una semplice conseguenza della sua teatralità. Fu la presenza della televisione a conferirle la falsa autenticità della vita vera. McCarthy capì meglio di tutti gli altri uomini politici americani prima di lui che chi aveva il compito di legiferare poteva fare una figura di gran lunga migliore recitando; McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci riportò alle origini, al Seicento e alla gogna. Fu così che cominciò: l’onta morale come pubblico svago. McCarthy era un impresario e, più barbaro fosse stato lo spettacolo e più gravi le accuse, più grande sarebbe stato il disorientamento e maggiore lo spasso per tutti”.

