Ciò che più ferisce un disabile è lo sguardo. Tutti gli sguardi. Anche quelli che si distolgono frettolosamente dallo “spettacolo”. Tradiscono paura o indifferenza. Gli altri sono sguardi che frugano, rubano e non aiutano. Curiosi, morbosi, sollevati di non essere lui o lei, ridotti così. Ma ridotti come? La disabilità “ufficiale” è solo l’aspetto più vistoso di una disabilità che oggi colpisce tutti. La società tecnologicamente avanzata impone livelli di prestazione, fisica e professionale, rispetto ai quali inadeguatezza e complessi di inferiorità (con esiti variamente depressivi) sono diventati la norma nella loro capillare e a volte inconscia diffusione. Così, quando incrociamo uno più “in basso” di noi, anziché confortare lui, ci sentiamo consolati noi, quasi a ricavarne un sottile perverso piacere. Inciviltà dello sguardo. Pornografia dello sguardo, che si spinge, oggi, fin nelle false intimità del gossip e nell’artificialità di claustrofobici set televisivi. E chi guarda coloro che così guardano, prova vergogna. Non sai se per l’ “oggetto” (è proprio il caso di dirlo) del guardare o per il soggetto. Forse per l’Uomo. In ogni caso, accompagnare un disabile, esposto necessariamente allo sguardo altrui, può essere imbarazzante. Paolo l’ha capito da tempo. “Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico. Si volta per dirmi con la sua voce stentata:«Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me.»
In “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia (uno dei più importanti scrittori del nostro Novecento) non c’è solo la fenomenologia della gente comune di fronte alla presenza dell’handicap. C’è tutta la gamma delle varie reazioni. Come in altri suoi romanzi (ad esempio, La grande sera), ciò che interessa lo scrittore, con il suo culto essenziale ed incisivo della parola, con il suo stile spesso felicemente icastico, aforistico, non è tanto la descrizione del fatto narrativo in sé, quanto l’analisi dei meccanismi psicologici che esso innesca nelle persone coinvolte, a vario titolo, nel fatto suddetto. Non c’è quindi solo il comportamento maggioritario di chi fa della differenza una discriminazione, ma anche quello di chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza. Un po’ come ho fatto io nelle righe precedenti, quando, per negare la disabilità, ho affermato che siamo tutti disabili. Ma Pontiggia mi/ci mette in guardia: “La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma”. A volte, se necessario, anche la sostanza della norma. Come a scuola. Dove l’ingresso paritario (almeno sulla carta) dei disabili nelle classi, ha finito con il renderli ancor più svantaggiati e spesso umiliati. Nel romanzo il padre di Paolo (l’io narrante che riflette, trasfigurata, l’esperienza autobiografica dello stesso autore) chiede ad una burocraticissima Preside (che, però, come spesso accade a tali soggetti, ama passare per un’anticomformista) di inserire suo figlio nella nuova classe insieme ai suoi vecchi compagni, almeno qualcuno di loro, perché questo lo tranquillizza nelle sue particolari condizioni. Ma la norma prevede il sorteggio. Tutti uguali di fronte alla legge! “Lui non è uguale agli altri – insiste il padre – … lei può immaginare se voglio le discriminazioni. Ma appunto per questo non vorrei fosse considerato uguale agli altri. Sarebbe una discriminazione per gli altri e una nuova per lui”. Come ebbe a dichiarare in un’intervista dopo l’assegnazione del Campiello, Pontiggia sottolineò la necessità, più che di norme, di uno statuto: “Quello che dovremmo stabilire è lo statuto della diversità: tutti noi siamo diversi. Il disabile è un diverso più evidente, ma non appartiene a un’altra specie”. Fare, insomma, come Einstein che, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”. Che non significa ignorare le differenze, ma ometterle in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. A maggior ragione, a scuola: “… la scuola vera è fatta di eccezioni, rare come i professori che si rimpiangono”.
Tra le reazioni all’handicap, va molto di moda quella “politicamente corretta” che si riflette in un certo uso (ipocrita?) del linguaggio. “Spastico” e “mongoloide” sono epiteti ingiuriosi da usare al momento opportuno (sempre che non se ne sia colpiti nel privato), che tradiscono la percezione atavica della minorazione come offesa e colpa e che mai useremmo in pubblico per definire le persone veramente affette dalle sindromi corrispondenti. Ma tutta l’area lessicale dell’handicap ha subito una trasformazione che serve a farci sentire migliori (o a non guardare in faccia la realtà), solo usando le parole e dispensandoci da un concreto operare:”Molti si chiedono perché cieco sia diventato non vedente e sordo non udente. Forse una spiegazione plausibile è che cieco definisce irreparabilmente una persona, mentre non vedente circoscrive l’assenza di una funzione”. “Claudicante”, poi, anziché zoppo, ha anche il vantaggio di indossare signorilmente il tight della cultura. Ma di fronte all’handicap non ci sono solo reazioni in negativo, per lo più occasionali. C’è anche chi, vivendoci a stretto contatto giorno dopo giorno, mette continuamente e dolorosamente in gioco se stesso e tutte le sue convinzioni, in una “rinascita” continua alla vita, un ricominciare nonostante tutto. L’handicap spinge a guardare dentro di te, a scoprire e capire te stesso in primis. Chi sei, ad esempio, quando (inevitabilmente) preghi? In cosa credi e speri? E qual è il senso del tuo rivolgerti a un Onnipotente che, nei fatti, nulla può (almeno così sembra)? E quando ri-educhi, cosa fai? Si può rimproverare un disabile? “Quando ancora gli si dice, dopo quindici anni di ingiunzioni, «Cammina dritto!», che cosa gli si comunica? Un ordine, un richiamo, un’esortazione, un alibi per continuare noi a sperare, una delusione, un rimprovero, una punizione?”. E quando devi tutto l’aiuto a giovani meravigliosi volontari, che non si aspettano nulla in cambio della loro gratuita “simpatia”, né doni né ringraziamenti, puoi ancora onestamente dar credito alle tue elucubrazioni sull’altruismo come controfigura dell’egoismo e sulla generosità come gratificazione di chi la esercita? Puoi credere, infine, ad una ricomposizione del tutto? Al venir meno dei contrasti, dei dissidi, della incomunicabilità e delle difficoltà? Il romanzo si chiude con un incontro tra padre e figlio: “Una volta, mentre lo guardavo come se lui fosse un altro e io un altro, mi ha salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il muro. E’ stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo”. Non c’è lieto fine, non c’è risoluzione del problema: non si sono incontrati “per un attimo, per sempre” ma “per sempre, per un attimo”. E’ nell’attimo che si incontrano per sempre, nella pienezza di un attimo eterno. Tutto ciò che ci è concesso. 
Un consiglio agli studenti. “Nati due volte” è un romanzo che non rientra nella prassi scolastica. Non “si porta” agli esami come Primo Levi o Italo Svevo. Giuseppe Pontiggia sono in pochi a conoscerlo. Eppure, nei battuti percorsi sulla “diversità” (che non è solo quella omosessuale) potrebbe essere una scelta intelligente, come “intelligente”, quindi ironica, persino divertente, e veramente com-movente, è tutta la scrittura di Giuseppe Pontiggia.