Il Danubio non è blu

cultura Nessun Commento »

 

Ormai lo sanno tutti, credo. Chi lo vede blu o è ubriaco, come dicono in Austria, o è innamorato, come dicono più romanticamente in Ungheria (ma sempre di ebbrezza si tratta …). In realtà, è di un giallo fangoso, espressione di profondità mitiche e limacciose, che acuiscono la maestosità del suo corso lento e grave, imperturbabile e sempiterno nella transeunte alternanza di ascese e crolli di epoche e civiltà. Come a segnare la differenza tra Natura e Storia, tra ciò che resta e ciò che passa.

 Dire Danubio è dire Vienna. Vienna è una messinscena. Sontuosa e bianca. Simmetrica e ordinata come i giardini del Belvedere. Bella ed elegante come la mitica principessa. Ma Sissy era infelice. Inquieta e insoddisfatta. Abiti, stucchi e oro non bastarono a coprire la sua lontananza fisica e spirituale dai fasti imperiali, la sua ricerca di autenticità, i suoi viaggi smaniosi, l’anoressia, la morte assurda … Sissy, giustamente onnipresente nella città, è Vienna: l’ordine perfetto delle strade ariose, i palazzi sontuosi, gli spazi immensi ma delimitati e quel sogno dorato di armonia e appagamento che traspare dal bacio di Klimt, non bastano a coprire l’inconscio che preme e la trama sotterranea dell’irrazionale; rivelano il desiderio impossibile di perpetuare l’Immodificabile, la nostalgia struggente e musicale di un mondo armonioso che non c’è più, di un’amministrazione efficiente e capillare, per quanto invisibile, che riuscì per secoli ad imbrigliare e regolamentare il caos della storia e della sua irriducibile diversità; a respingerla, nelle vesti del totalmente Altro islamico. Dopo, è stato peggio, tra Anschluss e devastazioni. La follia de “L’uomo che ride” di Richard Gerstl sta lì a testimoniarlo.

 Dire Danubio è dire Budapest. Anche Budapest è una messinscena, “una sapiente automessinscena – come scrive Magris – ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca”. Budapest non tenta di coprire il disordine della storia: lo mostra, con dolorosa solennità. E’ un guazzabuglio, la città, di stili e dominazioni diverse: unni, magiari, tartari, turchi, tedeschi, russi … La fisionomia è incerta, l’identità è ritagliata, corrosa come i confini dello stato, ambigua e magica come un ponte sul Danubio, simbolo bifronte che unisce e che divide; e la lingua, agglutinante e trascinante, sembra tradire, nella cantilena della guida, un vittimismo dolciastro, immemore, ad esempio, della Rivoluzione del ’56. Orgoglio e fierezza covano negli occhi sui turisti e ristagnano nei lenti trasformismi politico-economici del momento presente. Il fiorino è ancora lì e ti costringe a calcoli complicati. Se Vienna è bianca, Budapest è grigia. Cupa. I borseggiatori sono un incubo e le strade, di sera, provocano screzi con i miei studenti. Il colore ti accoglie fuori città: nel giallo dei girasoli e della colza nelle sterminate pianure; nell’azzurro della lavanda sulle sponde del lago Balaton. Come promesse di libertà.

 

Come (non) si diventa scrittore

libri Nessun Commento »

 

Pullulano scuole di scrittura creativa. Tutti si cimentano nello scrivere e tutti pubblicano. Che si ricorra al fai da te o che si abbia la zia impiegata in una casa editrice, l’ “evento”, alquanto tormentato, è sempre a proprie spese, per lo più elevate. Ma compensa il proprio nome in copertina. Da mostrare, ad amici e parenti. Ci si sente scrittori. Ci si sente poeti. Incompresi ma pubblicati. Meglio di niente. Grandi di una grandezza latente, offuscata dalle circostanze avverse, che è poi, come suggeriva Svevo, il modo più comodo di esserlo o di sentirsi tali. Oggi come ieri, il rischio di chi vuole essere autore a tutti i costi, oltre che lettore, o addirittura autore senza essere lettore (una sorta di guidatore “cieco”, senza pratica e senza patente), è quello di puntare alla visibilità per la visibilità, alla gratifica immediata, alla tangibilità di un risultato, per quanto effimero; di un “profitto”, comunque. Wislawa Szymborska, con la sua arguzia e la sua grazia intelligente, l’aveva capito e negli anni Sessanta in Polonia, quando sotto il comunismo persino la carta per macchine da scrivere (per non dire delle macchine stesse) era merce rara, rispondeva così, nella sua “Posta letteraria”, agli aspiranti autori della rubrica settimanale da lei curata: “Oggi basta che uno scriva qualche paginetta, e subito si chiede che valore abbia, si tormenta pensando di pubblicarla e vuole sapere se valga la pena di «perdere tempo» … E’ triste che ogni frase in qualche modo formulata con grazia debba immediatamente «valere la pena». E se ne valesse la pena solo fra dieci o vent’anni? E se non ne valesse mai la pena in senso pubblico, ma in compenso servisse a chi scrive nei momenti più difficili della sua vita, arricchendone la personalità? Tutto questo non conta, forse?”.

 Aspiranti “autori”, ho scritto. Perché nel libretto della Szymborska si può cogliere un’altra affinità con il presente del vasto mondo della produzione artistica (e non artistica). Chi ha veramente qualcosa da esprimere, non dice “voglio essere poeta”, ma dice “voglio scrivere” (analogamente, l’aspirante attore o attrice, non dice “voglio essere attore/attrice”, ma dice “voglio recitare”). “Solo questo è serio”, scrive la Szymborska, perché chi vuole essere poeta, scambia la poeticità (che è sempre noiosa perché ripetitiva) per la poesia e si preoccupa “non tanto della forza e della chiarezza dell’espressione, quanto del fatto che in ogni verso ci si dimostri sufficientemente poeta”, ammucchiando metafore e in genere cadendo negli opposti ma equivalenti estremismi di una poesia tutta gemiti e sospiri eterni o di un antisentimentalismo programmatico, altrettanto schematico quanto ripetitivo. Ma la poesia, e la scrittura artistica in genere, non è abitudine, “non nasce mai per tutti i giorni, ma solo per la festa, è frutto d’una condizione di eccezionalità, un caso fortunato”. Insomma, non si diventa artisti a tavolino o andando a scuola. O meglio, la scuola (e il tavolino) servono a studiare e perfezionare “qualcosa” che già c’è; sono un cammino necessario (non si diventa artisti nemmeno perché alla tal ora di tal giorno “è entrato in noi lo spirito del vate e ha cominciato a sussurrarci cose misteriose con un ardore tale che a fatica si faceva in tempo a scrivere”); un cammino che, faticando e correggendo, provando e riprovando, leggendo e rileggendo (e non solo testi propri), buttando nel cestino e ricominciando da capo, dà forma (unica) a quel “qualcosa” che si ha (quando lo si ha) dentro. Si chiama “talento” questo qualcosa.

 Kantiana, direi, è la definizione di “talento” ricorrente nel piccolo libro della Szymborska. Esso è quella facoltà produttrice innata, quella disposizione innata dell’animo (ingenium) attraverso cui la natura dà la regola all’arte. Il talento è un dono naturale che configura il genio. Non lo si acquisisce, non lo si impara in nessuna scuola. A scuola si impara ad apprendere, ossia a ripetere (ma preferisco ripercorrere) il già detto o il già scoperto. Checché se ne dica, e con buona pace di scuole e concorsi di creatività, non si impara a creare. E’ già tanto (forse tutto) se si riesce a far riconoscere l’eventuale disposizione alla creazione autonoma. E a mettere sulla strada. Ma poi le ali del talento devono librarsi da sole in spazi di silenzio e libertà. A prescindere da pubblico e pubblicazioni. “Il talento non si limita all’ «ispirazione». Di tanto in tanto l’ispirazione può capitare a tutti, ma solo chi ha talento è capace di star seduto davanti a un foglio di carta lunghe ore, cercando di dare una forma compiuta al dettato del suo spirito. Chi non ha voglia di sottoporsi a questo, evidentemente non è chiamato alla poesia. Da tale equivoco ha origine uno strano fenomeno: c’è un gran numero di verseggiatori ispirati, ma ci sono pochi normali autentici poeti. Oggi come un tempo, e come oggi, così in futuro …”

 

 

L’orfano e l’artista: un parallelismo cinematografico

Cinema 1 Commento »

Prima il 3D, poi il muto; prima i colori sfavillanti di una magica Parigi fuori dal tempo, poi il bianco e nero dell’America degli anni Venti. Insomma, prima Hugo Cabret di Scorsese, poi The Artist di Hazanavicius. Dove il “prima” non è valoriale ma semplicemente cronologico: prima ho visto l’uno, poi l’altro. Il che non ha significato affatto, come si potrebbe pensare data la differenza di “linguaggio” tecnico, un passaggio dal divertimento alla noia, dal presente al passato. Anzi, forse ci si diverte e commuove di più nella commedia di Hazanavicius che nella favola di Scorsese. Ma scegliere è difficile. E in entrambi è l’amore a vincere: l’amore per il Cinema.

 Era un grande azzardo: un film muto sull’avvento del sonoro! In bianco e nero nell’epoca del 3D! Ma la provocazione (e il messaggio) è evidente: a rendere Cinema un film non è il mezzo tecnico in sé ma, direbbe Hegel, l’Idea che, attraverso la forma sensibile, si fa Arte. La “materia” del muto, del sonoro, del colore, del tridimensionale, è solo lo strumento attraverso cui realizzare la poesia dello Spirito, ma una volta consapevolmente scelto, lo strumento diventa parte integrante dell’opera, un tutt’uno inscindibile che non può essere diverso da com’è, da come si è realizzato. Una storia ingenua e romantica (saputa da sempre) come quella di The Artist è solo nel muto e con il muto, dove l’amore parla con gli occhi, che può essere ri-vissuta fino a farti commuovere. E analogamente, è il 3D che rende la magia incantata di Hugo Cabret, che ti fa sobbalzare ancora, come all’avvento del cinema nelle prime sale, quando un treno sferragliante sembra venirti addosso e la neve caderti intorno. L’Arte è il suo mezzo espressivo, una finzione più reale della realtà stessa, un “mondo” in cui la distinzione tra soggetto contemplante ed oggetto contemplato finisce con l’annullarsi in un’unità superiore. Siamo tutti dentro il film, come in The Artist, quando noi spettatori in sala guardiamo altri spettatori in un’altra sala, che guardano lo stesso schermo, a sua volta guardato “dietro” dagli stessi attori che si rivedono sullo schermo … e come quando, in Hugo Cabret, entriamo nella costruzione dei fantasmagorici fondali e macchinari di Georges Melies, che arrivano con noi a bucare l’occhio della luna.

 Nella storia dell’attore superato dall’avvento del sonoro e salvato dall’amore di una ballerina e dell’orfano dickensiano braccato dal poliziotto e salvato dall’amore di una ragazzina (entrambi alla fine delle loro storie trovano o ritrovano il cinema come destino), c’è un ritorno, forse necessario, di buoni sentimenti e di lieto fine, non alieno, in entrambi, da speranza e profondità concettuali. Non è detto che l’inevitabile progresso tecnologico porti rovina e distruzione; non è detto che le macchine ci rendano macchine, a danno dell’espressione e dell’umanità. Non è detto che la vita sia solo tempo che passa, inesorabile, scandito dagli orologi. Non è detto che la vita non abbia un senso. Come l’artista di Hazanavicius, possiamo tornare a danzare, ritrovare uno scopo e pensare, con l’Hugo di Scorsese, che le macchine sono come le persone, “meccanismi” delicati che se si rompono non fanno più quello che devono fare per essere se stesse … “Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu!”.

 Due grandi film, da vedere.

 

Donne (e uomini) cercasi

cultura Nessun Commento »

 

Si fa festa quando c’è qualcosa da festeggiare. Nel caso della donna, non vedo cosa. Lontani come siamo dalle cosiddette “pari” opportunità, nel mondo del lavoro che non c’è, e annichiliti da ricorrenti stragi familiari, nella persistenza di una mentalità vetero-maschilista dura a morire, manca la voglia, manca l’allegria. Manca, soprattutto, l’oggetto: dov’è la Donna, oggi? E quell’universo, fatto di un sentire diverso dall’Uomo, che concorre consapevolmente, con lui, all’idea e alla realizzazione di un’Umanità, altrimenti monca, scissa, alla ricerca perenne del suo Altro privilegiato?

 La donna oggi è ciò che resta di un processo continuo di sottrazione e riduzione. Nel tentativo di definirla, di trovarne lo specifico (mai analoga operazione è stata fatta per l’uomo che tutto da sempre poteva e può diventare), l’abbiamo, di volta in volta, inchiodata alla maternità (più destino che scelta), alla casa (fornelli e lavatrice inscritti nel Dna), al corpo (la farfalla di Belen, a biasimare la quale si passa per moralisti). Ma ogni riduzionismo è una forma di autoreferenzialità, di isolazionismo. Ogni donna è sempre più e sempre altro dello schema o del modello entro cui l’abbiamo inserita. Complici le donne stesse, incapaci o spaventate all’idea di diventare ciò che sentono e che sono, abbiamo scambiato lo stereotipo del momento per “essenza” e “natura”, la realizzazione personale per omologazione e non di rado la svendita di sé per emancipazione. Ne è nata una questione (la “questione femminile”, presente in tutti i manuali di storia), con il risultato che tra le mani (e negli studi medici …) ci ritroviamo ora una “questione maschile”. E’ venuto il momento di ri-trovarsi. Insieme. Uomini e donne. Nel comune e faticoso mestiere di vivere.

 “Ai concetti, ed in generale alla ragione, non si giunge da solo, ma in due. Due esseri umani sono necessari per generarne uno – in senso spirituale ed in senso fisico: la comunità dell’uomo con l’uomo è il primo principio, è il criterio di verità e di universalità”. (L. Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire)

Ritrovarsi

cultura 4 Commenti »

 - Sii te stesso! – ci dicono, a volte. E non sai se è un rimprovero o un’esortazione; un consiglio o un ordine o tutte queste cose insieme. E il tono oscilla, tra speranza e commiserazione; tra decisione e incredulità. Si butta là una frase così, per chiudere un discorso che invece, proprio ora, si apre sull’abisso. “Quale abisso l’uomo medesimo”, scriveva Sant’Agostino, quale enigma a se stesso! Perché per essere se stesso bisogna prima conoscere questo “stesso”, “lo stesso” che permane stabile sotto i cambiamenti: “affinché una cosa cambi, è necessario – scrive Savaterche per un certo aspetto continui a essere la stessa”, altrimenti essa non cambierebbe, ma sarebbe distrutta e sostituita da un’altra; non sarebbe quella identica cosa che subisce il mutamento … Non sarei più, appunto, me stesso. Ma allora, che cosa sono? O meglio: chi sono? A cosa penso quando dico “io”, nel senso di me e nessun altro?

 Quel me stesso, quell’ ipseità, come la chiama Lévinas, che dovrei essere, dove sta? E’ da subito, nasce con me, è essenza e natura, carattere se vogliamo, o è un qualcosa che si fa, anno dopo anno, giorno dopo giorno? Il me stesso, ciò che sono, va scoperto o va costruito? Trovarsi è un ri-conoscersi o un inventarsi? L’uomo non è altro che ciò che si fa, scrive Sartre. Per lui l’esistenza precede necessariamente l’essenza in un mondo senza Dio. Prima si esiste poi si è. L’uomo all’inizio non è niente. Quindi, presumo, alla fine sarà qualcosa o addirittura tutto. Ma dove o quando collocare l’inizio? Dove, e soprattutto quando, collocare la fine? Si può diventare “qualcosa” una volta per tutte? Forse si diventa solo ciò che si è. Da sempre. E divenire qualcosa è solo l’apparenza del mutamento. “Se, diventando altro da sé, il qualcosa, diventato altro da sé, non fosse l’altro da sé, il qualcosa rimarrebbe se stesso … Se non si pensa che, nel risultato del divenire, qualcosa è altro da sé (A è non-A), non si pensa né il risultato del divenire né il divenire … Il risultato del diventar cenere, da parte della legna, è l’esser cenere da parte della legna. La legna, ormai, è cenere”. Così Severino.

 Nello scoprire ciò che eternamente sono, non posso fare a meno dell’Altro. Da Aristotele in poi, l’uomo è uomo, è se stesso, solo se vive “in città”, in una comunità. Non a caso è l’unico animale che abbia la favella, ad indicare l’utile e il dannoso. E passando per Hegel, ogni Autocoscienza è in sé e per sé solo in quanto viene riconosciuta da un’altra Autocoscienza (che cerca di sopraffare in una lotta per la vita e per la morte proprio per dar prova di sé). L’io trova se stesso solo in relazione e nella relazione. Ma di questi tempi caotici non è, forse, la via più adatta. Citando ancora Severino, mi sembra che “La filosofia deve essere liberata il più possibile dalla calca. Per chi vuole cominciare a capire qualcosa, meglio la radura che il sovraffollamento”. E con Jaspers mi sento di affermare che “se non posso giungere ad essere me stesso senza entrare in comunicazione con l’altro”, è anche vero che “non posso entrare in comunicazione con l’altro senza essere solo”. In una solitudine che non è abbandono e disfacimento ma silenzio e riflessione. Gli altri, pur indispensabili, possono essere pericolosi, essere l’inferno di Sartre, con il risultato che ciò che siamo è ciò che gli altri vogliono che siamo; è il come ci vedono ad esserci imposto. Tra essi si annidano, a volte, quelli che Amartya Sen chiama gli “artigiani del terrore”: impongono identità uniche e bellicose a individui fragili, facilmente abbindolabili; identità etniche, razziali, religiose … “L’identità può anche uccidere” e gli esempi, purtroppo, non mancano.

 Solo da un riconoscimento autentico, non ideologico, può derivare il senso della mia identità. Della mia vita. Solo, hegelianamente, da quello che consente l’amore: “La vera essenza dell’amore consiste nell’abbandonare la coscienza di sé nell’obliarsi in un altro se stesso e tuttavia nel ritrovarsi e possedersi veramente in quest’oblio”.

Per sempre, per un attimo

libri 1 Commento »

  Ciò che più ferisce un disabile è lo sguardo. Tutti gli sguardi. Anche quelli che si distolgono frettolosamente dallo “spettacolo”. Tradiscono paura o indifferenza. Gli altri sono sguardi che frugano, rubano e non aiutano. Curiosi, morbosi, sollevati di non essere lui o lei, ridotti così. Ma ridotti come? La disabilità “ufficiale” è solo l’aspetto più vistoso di una disabilità che oggi colpisce tutti. La società tecnologicamente avanzata impone livelli di prestazione, fisica e professionale, rispetto ai quali inadeguatezza e complessi di inferiorità (con esiti variamente depressivi) sono diventati la norma nella loro capillare e a volte inconscia diffusione. Così, quando incrociamo uno più “in basso” di noi, anziché confortare lui, ci sentiamo consolati noi, quasi a ricavarne un sottile perverso piacere. Inciviltà dello sguardo. Pornografia dello sguardo, che si spinge, oggi, fin nelle false intimità del gossip e nell’artificialità di claustrofobici set televisivi. E chi guarda coloro che così guardano, prova vergogna. Non sai se per l’ “oggetto” (è proprio il caso di dirlo) del guardare o per il soggetto. Forse per l’Uomo. In ogni caso, accompagnare un disabile, esposto necessariamente allo sguardo altrui, può essere imbarazzante. Paolo l’ha capito da tempo. “Lui procede ondeggiando come un marinaio ubriaco. No, come uno spastico. Si volta per dirmi con la sua voce stentata:«Se ti vergogni, puoi camminare a distanza. Non preoccuparti per me.»

 In “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia (uno dei più importanti scrittori del nostro Novecento) non c’è solo la fenomenologia della gente comune di fronte alla presenza dell’handicap. C’è tutta la gamma delle varie reazioni. Come in altri suoi romanzi (ad esempio, La grande sera), ciò che interessa lo scrittore, con il suo culto essenziale ed incisivo della parola, con il suo stile spesso felicemente icastico, aforistico, non è tanto la descrizione del fatto narrativo in sé, quanto l’analisi dei meccanismi psicologici che esso innesca nelle persone coinvolte, a vario titolo, nel fatto suddetto. Non c’è quindi solo il comportamento maggioritario di chi fa della differenza una discriminazione, ma anche quello di chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza. Un po’ come ho fatto io nelle righe precedenti, quando, per negare la disabilità, ho affermato che siamo tutti disabili. Ma Pontiggia mi/ci mette in guardia: “La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, intermittenze, anomalie. Tutto diventa eccezione e il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile alla finestra. Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma”. A volte, se necessario, anche la sostanza della norma. Come a scuola. Dove l’ingresso paritario (almeno sulla carta) dei disabili nelle classi, ha finito con il renderli ancor più svantaggiati e spesso umiliati. Nel romanzo il padre di Paolo (l’io narrante che riflette, trasfigurata, l’esperienza autobiografica dello stesso autore) chiede ad una burocraticissima Preside (che, però, come spesso accade a tali soggetti, ama passare per un’anticomformista) di inserire suo figlio nella nuova classe insieme ai suoi vecchi compagni, almeno qualcuno di loro, perché questo lo tranquillizza nelle sue particolari condizioni. Ma la norma prevede il sorteggio. Tutti uguali di fronte alla legge! Lui non è uguale agli altri – insiste il padre – … lei può immaginare se voglio le discriminazioni. Ma appunto per questo non vorrei fosse considerato uguale agli altri. Sarebbe una discriminazione per gli altri e una nuova per lui”. Come ebbe a dichiarare in un’intervista dopo l’assegnazione del Campiello, Pontiggia sottolineò la necessità, più che di norme, di uno statuto: “Quello che dovremmo stabilire è lo statuto della diversità: tutti noi siamo diversi. Il disabile è un diverso più evidente, ma non appartiene a un’altra specie”. Fare, insomma, come Einstein che, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”. Che non significa ignorare le differenze, ma ometterle in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. A maggior ragione, a scuola: “… la scuola vera è fatta di eccezioni, rare come i professori che si rimpiangono”.

Tra le reazioni all’handicap, va molto di moda quella “politicamente corretta” che si riflette in un certo uso (ipocrita?) del linguaggio. “Spastico” e “mongoloide” sono epiteti ingiuriosi da usare al momento opportuno (sempre che non se ne sia colpiti nel privato), che tradiscono la percezione atavica della minorazione come offesa e colpa e che mai useremmo in pubblico per definire le persone veramente affette dalle sindromi corrispondenti. Ma tutta l’area lessicale dell’handicap ha subito una trasformazione che serve a farci sentire migliori (o a non guardare in faccia la realtà), solo usando le parole e dispensandoci da un concreto operare:”Molti si chiedono perché cieco sia diventato non vedente e sordo non udente. Forse una spiegazione plausibile è che cieco definisce irreparabilmente una persona, mentre non vedente circoscrive l’assenza di una funzione”. “Claudicante”, poi, anziché zoppo, ha anche il vantaggio di indossare signorilmente il tight della cultura. Ma di fronte all’handicap non ci sono solo reazioni in negativo, per lo più occasionali. C’è anche chi, vivendoci a stretto contatto giorno dopo giorno, mette continuamente e dolorosamente in gioco se stesso e tutte le sue convinzioni, in una “rinascita” continua alla vita, un ricominciare nonostante tutto. L’handicap spinge a guardare dentro di te, a scoprire e capire te stesso in primis. Chi sei, ad esempio, quando (inevitabilmente) preghi? In cosa credi e speri? E qual è il senso del tuo rivolgerti a un Onnipotente che, nei fatti, nulla può (almeno così sembra)? E quando ri-educhi, cosa fai? Si può rimproverare un disabile? “Quando ancora gli si dice, dopo quindici anni di ingiunzioni, «Cammina dritto!», che cosa gli si comunica? Un ordine, un richiamo, un’esortazione, un alibi per continuare noi a sperare, una delusione, un rimprovero, una punizione?”. E quando devi tutto l’aiuto a giovani meravigliosi volontari, che non si aspettano nulla in cambio della loro gratuita “simpatia”, né doni né ringraziamenti, puoi ancora onestamente dar credito alle tue elucubrazioni sull’altruismo come controfigura dell’egoismo e sulla generosità come gratificazione di chi la esercita? Puoi credere, infine, ad una ricomposizione del tutto? Al venir meno dei contrasti, dei dissidi, della incomunicabilità e delle difficoltà? Il romanzo si chiude con un incontro tra padre e figlio: “Una volta, mentre lo guardavo come se lui fosse un altro e io un altro, mi ha salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il muro. E’ stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo”. Non c’è lieto fine, non c’è risoluzione del problema: non si sono incontrati “per un attimo, per sempre” ma “per sempre, per un attimo”. E’ nell’attimo che si incontrano per sempre, nella pienezza di un attimo eterno. Tutto ciò che ci è concesso.

 Un consiglio agli studenti. “Nati due volte” è un romanzo che non rientra nella prassi scolastica. Non “si porta” agli esami come Primo Levi o Italo Svevo. Giuseppe Pontiggia sono in pochi a conoscerlo. Eppure, nei battuti percorsi sulla “diversità” (che non è solo quella omosessuale) potrebbe essere una scelta intelligente, come “intelligente”, quindi ironica, persino divertente, e veramente com-movente, è tutta la scrittura di Giuseppe Pontiggia.

 

 

 

Rumore bianco

poesia 1 Commento »

 

O rivincita del silenzio. E’ quella che si prende la vita sul tumulto dei nostri pensieri, sulla corsa affannata delle nostre faccende, quando scende la neve.

Come ali stanche di volare.

Ecco perché ci piace tanto, perché ci spinge immemori a scostare una tendina e stare lì, col naso appiccicato al vetro della finestra, a guardare incantati la vita che si ferma.

Ti sfiora appena, con le sue dita sottili. Neve, o vita che sia, non fa differenza, non fa male.

Sospensione del tempo. Quello dell’anima, che è poi l’unico che c’è.

Agognata causa di forza maggiore, delizioso alibi per un dolce far niente.

Ci mettiamo in ascolto di noi stessi,

di

quel punto più profondo,

segretezza polare,

che è un’anima al cospetto di se stessa:

infinità finita.

 

Ci fa bene.

Se abbiamo un dolore, il gelo pietoso sembra rivestirlo di un caldo tepore. Per un po’ dorme.

Intorno, il chiarore ovattato e discreto addolcisce l’inverno del nostro scontento.

Barlumi di speranza,

come uccellini saltellanti adesso su quel prato laggiù,

come lampioni ancora accesi sulla strada laggiù.

 

Come

da un albero secco

il verde a venire.

 

I libri sono pericolosi

libri 1 Commento »

 “Nella primavera del 1998 Bluma Lennon comprò in una libreria di Soho una vecchia edizione delle poesie di Emily Dickinson e, arrivata alla seconda poesia, al primo incrocio, fu investita da un’automobile”. Chi è stato ad uccidere Bluma Lennon? L’automobile o la poesia? Il traffico o la letteratura? Il caso o il libro? Comunque si risponda, e senza arrivare per forza ad esiti tragici, è indubbio che un libro può cambiarti la vita per sempre; che i libri sono pericolosi. Come sa il Potere. E come sa l’Amore …

 I libri come ossessione. Carlos Brauer cedeva ormai compulsivamente all’acquisto e i libri si accumulavano sotto i letti, si impilavano nei corridoi, avanzavano strisciando per la casa, “silenziosi, innocenti”, come dotati di vita propria. Si sentiva intrappolato dai libri. Non riusciva a smettere, a disfarsene, legato a loro “in virtù di un patto di necessità e di oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo”. Lui scriveva sui libri. A margine, in fondo, tra le righe. Individuava pieghe sinuose, percorsi fisici. C’era un ritmo tra quei sentieri d’inchiostro, un’armonia nascosta da svelare con la musica giusta; figure e disegni, come corpi da accarezzare, annusare … L’asetticità di un libro intonso e patinato lo lasciava indifferente. Lui doveva arrivare a “possedere” il libro, farlo suo, come un amante mai sazio. Finché, contro la sua volontà, incontrò dei limiti.

 Spazio e denaro, all’inizio. Poi il fuoco. Alla fine … il mare. Ma ormai era già andato in tilt: un giorno si accorse con orrore di non riuscire a trovare i libri che cercava. E un libro che non si trova è un libro che non esiste (più). Un libro morto. E’ come perdere un pezzo di sé. E lui voleva averli sempre tutti vivi, vicini. Immediatamente raggiungibili. Circondarsene, come le pareti di casa … Mettere ordine, quindi, ma come? La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. E il lettore è come un viaggiatore che si muove in un paesaggio infinito: “l’albero è già stato scritto, e la pietra, e il vento fra i rami, e la nostalgia di quei rami e l’amore cui prestarono la loro ombra”. Una biblioteca è una porta nel tempo, diceva Borges. Inclassificabile, se non per affinità recondite, soggettive; per misteriose corrispondenze e personali illuminazioni di senso. Ma si può amministrare una biblioteca, come del resto la vita, con un catalogo mentale? Con uno schedario spirituale in perenne e necessario aggiornamento?

 Un libro, La linea d’ombra di Conrad, arriva un giorno sulla scrivania di Bluma Lennon, docente di ispanistica a Cambridge, tragicamente scomparsa come sappiamo (?). Sembra un volume dedicato, a un certo Carlos, e poi restituito. Ma perché? E perché il libro è impastato con frammenti di cemento?

Le risposte ne “La casa di carta”. Di Carlos María Domínguez (Sellerio ed.)

Filosofia (e poesia) sotto il ghiacciaio

libri 1 Commento »

 Ah, cosa mi tocca sentire, la chiesa è sprangata! Sì, Lei dice bene, bisognerebbe proprio aggiustare i cardini. E anche mettere i vetri alle finestre. Non va mica bene. Qui, d’estate, arrivano tanti bei visitatori a guardarsi intorno. E non è bene che la chiesa sia sprangata”.

“Ma i fedeli cosa ne pensano? Non trovano che sia un male, non poter aprire la chiesa?”

“Oh, non direi.”

“Per esempio, a Natale?”

“Ormai ci sono tanti svaghi.”

 Il reverendo Jón non è quel che si dice un parroco esemplare. Da tempo ha smesso di predicare, di battezzare, di seppellire i morti. La sua chiesa, ormai in rovina, è sprangata. Sono vent’anni che non ritira lo stipendio. Si guadagna da vivere ferrando cavalli e aggiustando qualunque cosa sia rotta. Pare anche che viva con una donna che non è sua moglie, ma ai suoi parrocchiani va bene così. Lo rispettano e gli vogliono un gran bene. Il fatto è che ai piedi del vulcano Snæfell, nel lontano ovest dell’Islanda, la vita scorre diversa. Che bisogno c’è di relegare il soprannaturale in spazi e tempi predefiniti? Il soprannaturale lo si respira in superficie, all’ombra del ghiacciaio immobile dai bordi dorati. Tutti sanno che il vulcano, dalla cima ghiacciata come una ciotola di smalto rovesciata, è il centro dell’Universo. Da lì si calarono, non a caso, i personaggi di Verne per raggiungere il centro della Terra. Il centro di se stessi. Scendere “dentro”, per salire “fuori” alla luce della conoscenza. Sprigiona una luce ipnotica fredda, il ghiacciaio, magica, una forza magnetica che non ha bisogno di funzioni religiose: il Sacro è lì, nella Natura. E ogni dottrina è inutile. “Quando ho scoperto che la storia è una favola e anche brutta, – dice il reverendo Jón a Emve, l’Ingenuo Emissario del Vescovo mandato a indagare le ragioni di tanta incuria spirituale – mi sono messo a cercare una favola un po’ migliore, e ho trovato la teologia”.

“Sotto il ghiacciaio” di Halldór Laxness, Nobel 1955 per la letteratura, potrebbe sembrare un romanzo dissacrante, irriverente, caustico, alla Voltaire, invece non è questo, o almeno, non è solo questo. Il conte philosophique, infatti, si fa fantascienza e quindi allegoria di una società utopica dove, attraverso una bioinduzione interstellare realizzata nel ghiacciaio, “la vita è tanto progredita da non poter morire” e una vita che non può morire, “può solo diventare più forte e più bella”. E con un progetto così, teso a rendere possibile non una ma tutte le resurrezioni, la narrazione assume tratti visionari, onirici, poetici, ma anche comici e parodici. Come verso le religioni istituzionali, ad esempio. Nell’ambito di una Creazione che, mettendo d’accordo scienza e teologia, non è ancora finita o perfetta (nel senso etimologico di perficere, eseguire completamente, finire, terminare), non ci sono parole per dire la Creazione e la sua bellezza; per dire il ghiacciaio. Solo il silenzio è religioso. Persino la parola Dio, god nelle lingue germaniche, in origine non è il nome di niente. Non è nemmeno un sostantivo, al più il participio passato di un verbo che significa adorare. Dio è, in tutte le religioni, l’adorato, ma “manca il concetto stesso di Dio; non sappiamo cos’è”. Nel catechismo c’è scritto “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio”. Ma per il reverendo Jón sembra valere piuttosto “Avrai ogni altro Dio che il Signore  Dio tuo”… perché “chi vuole ergere la propria fede dinanzi agli altri, badi di non perderla anche lui”.

Ma ciò che assilla i bizzarri personaggi del villaggio, è l’eternità: “la vita è un’invenzione assolutamente assurda, se non è eterna”. Il tempo come eternità, quindi la fine del Tempo, la sua abrogazione, come auspicava Strindberg, guarda caso “nordico” anche lui. Susan Sontag, nella entusiasta postfazione del libro, riconosce che anche in “Sotto il ghiacciaio” c’è lo stereotipo (ironico?) che protagonista di avventure straordinarie, di rivelazioni e scoperte, illuminazioni e iniziazioni è sempre un uomo perché “una donna può rappresentare le Donne. Solo un uomo può rappresentare l’Uomo o l’Umanità”. Tuttavia l’idea più alta del romanzo, l’eternità appunto, è incarnata in una donna. Ha forma, mutevole e cangiante, di Donna. Úa è la donna irresistibile che si trasforma: strega, puttana, madre, iniziatrice sessuale, fonte di saggezza”. E’ ciò che non passa tra mille identità e mille luoghi diversi, “non solo nell’apparenza esterna, ma soprattutto dentro di me. Chi può portarti via tua madre? Come può tua madre andar via da te? Anzi, più tu invecchi, e più tempo passa dalla sua morte, più ti è vicina”. E come amante, come Amore, “non è mai andata via da me neanche un solo istante. Mi è più vicina lei dei fiori del campo e della luce del ghiacciaio, perché è fusa nel mio stesso respiro. Resta lì fermo solo ciò che risiede nel profondo di te stesso, anche se tu voli da una galassia all’altra”. La sua casa non può essere che all’ombra del ghiacciaio.

“Che montagna singolare. Di notte, dopo che il sole è tramontato, il ghiacciaio diventa un profilo quieto che riposa in se stesso ed esala su persone e animali la parola mai, che forse vuol dire sempre. Vieni, soffio di morte”.

 “Chi non vive nella poesia non sopravvive su questa terra”. Parola di reverendo Jón.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattina d’inverno

poesia Nessun Commento »

 

Scricchiolii di cristalli

nel vapore bianco

del gelo di dicembre.

Un uomo porta a spasso il suo cane

nel deserto della città.

Sagome incerte di fiuto e fumo

sanno però dove andare:

santuari di gatti e alcove d’amore

li attendono.

Come promesse

di fremiti e calore.

 

 


WordPress Theme & Icons by N.Design Studio. WPMU Theme pack by WPMU-DEV.