Parlano solo i fatti, come in una trasparenza di vetro.

Prima di quella mattina del 16 ottobre 1943, il conto era stato pagato. Nel ghetto ci si sentiva tranquilli. Certo, i tedeschi si erano rifiutati di rilasciarne ricevuta, ma forse solo per evitare di lasciare tracce future del sopruso. Che ingenui! Come se i tedeschi non fossero abituati a lasciare dietro di sé ben altri documenti. Nelle fosse, nei carnai. Come se non fossero stati loro ad inventare la teoria della "carta straccia". Tale per loro era infatti qualsiasi vincolo o impegno di parola che potessero avere assunto.

50 chili d’oro era il prezzo della doppia colpa: quella di essere ebrei, quindi eterni nemici della Germania, e quella di essere italiani, quindi traditori della Germania. Che poi Mussolini avesse, con un decreto, disconosciuto agli ebrei d’Italia la cittadinanza italiana, era un dettaglio trascurabile. Il Maggiore delle SS Kappler concesse poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro. In caso contrario, razzia e deportazione. Iniziò la febbrile raccolta: cari ricordi finirono in scatole di cartone. Il Vaticano, benignamente, fece sapere che teneva a disposizione 15 chili, solo per sopperire ad eventuali ammanchi… Ma ormai tutta Roma aveva saputo del sopruso tedesco. Guardinghi, come temendo un rifiuto, come intimiditi, alcuni "ariani" si presentarono. Quasi umilmente domandavano se potevano anche loro… se sarebbe stato gradito… Che peccato non poter conoscere i loro nomi! Avremmo potuto ricordarcene nei momenti in cui la fiducia nell’uomo vacilla, nei momenti in cui siamo a caccia dei "giusti" per riconciliarci con l’umanità.

Il pagamento della taglia non salvò gli ebrei di Roma. Dopo una nottata terribile tra grida squarciate, colleriche, incomprensibili, tra spari e lanci di bombe a mano (con cui, come poi compresero, i tedeschi non volevano solo spaventarli, ma costringerli a tapparsi in casa, per prenderli tutti appena giorno), iniziò l’operazione. Ordinatamente, in un silenzio quasi irreale, mille e forse più ebrei vennero scaraventati fuori dei loro letti, delle loro case e caricati su camion. I malati, gli impediti, i restii, erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi coi calci dei fucili. Un paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. I bambini, strappati alle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi negli uffici postali. Caricati anch’essi su quei lugubri camion color di melma e piombo, diretti a Roma-Tiburtino, da cui, all’alba del lunedì, ammassati nei vagoni piombati, sarebbero partiti per l’inferno.

Per non tornare mai più.

 

A distanza di cinque anni (allora, ovviamente, intitolai il post "61 anni fa"), torno a rileggere, e a riproporre, "16 ottobre 1943" di Giacomo Debenedetti. Contro la falsa memoria di turisti e passanti distratti.