00392012_bAnche nell’America di Obama, è più facile mettere a tacere i dubbi (tanti), se a dover essere giustiziato è un nero. A Troy Davis è stata praticata l’iniezione letale. Dopo 23 anni dalla presunta uccisione di un poliziotto bianco. Le contraddizioni del sistema-america sembrano rimanere invariate nel tempo e forse è il tentativo di decifrarle una volta di più che mi ha spinto ad insistere nella lettura di un testo bellissimo quanto complesso come “Ho sposato un comunista” di Philip Roth. Occhi stanchi e caratteri tipografici piccolissimi avrebbero dovuto dissuadermi. Ma non ho mai abbandonato Roth e quell’incontro di boxe che è, ogni volta, la lettura di un suo libro. E poi, con lui, non si tratta solo di capire l’America, ma in primis noi stessi, attraverso personaggi che non di rado assurgono a grandezze shakespeariane. Uno di questi è senz’altro Iron Rinn, il “comunista” del titolo, vittima illustre del maccartismo e di una stagione politica che, come un’inesauribile metafora, getta ancora luce sui pericoli e le falsità delle attuali sedicenti democrazie. “McCarthy – scrive Roth – non si è mai veramente interessato dei comunisti; se non lo sapevano gli altri, lo sapeva lui. La spettacolarità della crociata patriottica di McCarthy fu una semplice conseguenza della sua teatralità. Fu la presenza della televisione a conferirle la falsa autenticità della vita vera. McCarthy capì meglio di tutti gli altri uomini politici americani prima di lui che chi aveva il compito di legiferare poteva fare una figura di gran lunga migliore recitando; McCarthy comprese il valore spettacolare dell’infamia e imparò a soddisfare i piaceri della paranoia. Ci riportò alle origini, al Seicento e alla gogna. Fu così che cominciò: l’onta morale come pubblico svago. McCarthy era un impresario e, più barbaro fosse stato lo spettacolo e più gravi le accuse, più grande sarebbe stato il disorientamento e maggiore lo spasso per tutti”.

 Quello di Roth non è certo un libro sul comunismo. L’ideologia sposata da Iron Rinn avrebbe anche potuto essere un’altra. Ciò che contava era, appunto, il suo valore ideologico, totalizzante, di “riscatto” dall’infanzia infelice e dallo sfruttamento lavorativo (come scaricatore di porto, minatore e operaio) dei suoi anni di gioventù. L’ideologia è l’habitus, la maschera, il tentativo di trovare un posto e un senso al suo corpo massiccio e fragile di Abramo Lincoln redivivo. Ma Iron non è un “puro”, non è come il suo amico e mentore O’Day, che al partito e alla missione rivoluzionaria sacrifica affetti ed agi, tronfio di “quel salvacondotto morale che credeva di aver ricevuto in qualità di comunista”. Divenuto, per caso, una celebrità radiofonica, interpretando quell’Abramo Lincoln a cui tanto somiglia, Iron conosce Eve Frame, una famosa diva, una colta e sofisticata ex attrice del cinema muto, di cui si innamora follemente. E la sposerà, entrando con lei in quella stessa atmosfera borghese-capitalistica (il matrimonio sui giornali, la casa lussuosa, le cene, i party, le amicizie che contano …) che non gli apparteneva per origini, per natura, per convinzioni politiche e che era intenzionato ad abbattere nei suoi proclami rivoluzionari. Avrebbe dovuto lasciare quella donna che lo porterà alla rovina dando alle stampe, per vendetta di moglie, un libro scandalo (appunto “Ho sposato un comunista”) e scappare ma … forse si finisce sempre con l’amare ciò che non siamo. Iron, a causa di quel libro, finirà nelle liste nere di McCarthy e perderà tutto, tranne il desiderio di vendicarsi a sua volta … Come andrà a finire, sarà, a rivelarlo a distanza di tanti anni, il fratello di Iron, il mitico professore d’inglese Murray Ringold che, ormai novantenne, durante sei splendide sere di luna sulla veranda solitaria di Nathan Zuckerman/Philip Roth, racconterà appunto a Nathan, suo ex allievo, tutta la storia. “E’ molto bello, qui fuori. No, non ho freddo. Fa caldo, si sta bene. I grilli cantano, le rane gracidano, le lucciole brillano, e io non ho più avuto l’occasione di parlare tanto da quando dirigevo il sindacato insegnanti. Guarda. La luna. E’ arancione. L’ambiente ideale per togliere agli anni la loro buccia. – E’ vero, – dissi io. -  tra questi monti si può scegliere: o puoi perdere i contatti con la storia, come a volte decido di fare io, o puoi fare, mentalmente, ciò che stai facendo tu: alla luce della luna, per ore e ore, operare per riprenderne possesso”.

 Dal racconto di Murray, la vita di Iron emerge piena di errori. Inevitabilmente piena d’errori. Non può essere altrimenti se si è uomini “vivi” che vivono in un sistema “vivo” perché “mobile”, come quello americano (o della vita tout court …): “Controlli il tradimento da una parte e finisci per tradire da un’altra. Perché questo non è un sistema statico. Perché è vivo. Perché tutto ciò che vive è in movimento. Perché la purezza è pietrificazione. Perché la purezza è una bugia … Quando ti liberi, – dirà Murrey – di tutte le illusioni più evidenti (la religione, l’ideologia, il comunismo), ti resta sempre il mito della tua bontà. Che è l’ultima illusione”. Non solo la delazione, l’arrivismo, l’opportunismo, l’interessato patriottismo fanno, nel romanzo, le loro vittime: anche la bontà, anche l’altruismo. Anche l’amore …

 E allora, forse, in questo caos esistenziale e politico di difficile decifrazione, può risultare facile (e dolce) accordarsi sulle note misantrope e malinconiche dell’ultimo Roth e … guardare il cielo, nelle notti serene di questa estate che sembra non finire più.

“Ciò che si vede è l’inconcepibile: il colossale spettacolo della mancanza di antagonismo. Ciò che si vede con i propri occhi è il grande cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana.

Le stelle sono indispensabili”.