Filosofia (e poesia) sotto il ghiacciaio
libri 1 Gennaio 2012
“Ah, cosa mi tocca sentire, la chiesa è sprangata! Sì, Lei dice bene, bisognerebbe proprio aggiustare i cardini. E anche mettere i vetri alle finestre. Non va mica bene. Qui, d’estate, arrivano tanti bei visitatori a guardarsi intorno. E non è bene che la chiesa sia sprangata”.
“Ma i fedeli cosa ne pensano? Non trovano che sia un male, non poter aprire la chiesa?”
“Oh, non direi.”
“Per esempio, a Natale?”
“Ormai ci sono tanti svaghi.”
Il reverendo Jón non è quel che si dice un parroco esemplare. Da tempo ha smesso di predicare, di battezzare, di seppellire i morti. La sua chiesa, ormai in rovina, è sprangata. Sono vent’anni che non ritira lo stipendio. Si guadagna da vivere ferrando cavalli e aggiustando qualunque cosa sia rotta. Pare anche che viva con una donna che non è sua moglie, ma ai suoi parrocchiani va bene così. Lo rispettano e gli vogliono un gran bene. Il fatto è che ai piedi del vulcano Snæfell, nel lontano ovest dell’Islanda, la vita scorre diversa. Che bisogno c’è di relegare il soprannaturale in spazi e tempi predefiniti? Il soprannaturale lo si respira in superficie, all’ombra del ghiacciaio immobile dai bordi dorati. Tutti sanno che il vulcano, dalla cima ghiacciata come una ciotola di smalto rovesciata, è il centro dell’Universo. Da lì si calarono, non a caso, i personaggi di Verne per raggiungere il centro della Terra. Il centro di se stessi. Scendere “dentro”, per salire “fuori” alla luce della conoscenza. Sprigiona una luce ipnotica fredda, il ghiacciaio, magica, una forza magnetica che non ha bisogno di funzioni religiose: il Sacro è lì, nella Natura. E ogni dottrina è inutile. “Quando ho scoperto che la storia è una favola e anche brutta, – dice il reverendo Jón a Emve, l’Ingenuo Emissario del Vescovo mandato a indagare le ragioni di tanta incuria spirituale – mi sono messo a cercare una favola un po’ migliore, e ho trovato la teologia”.
“Sotto il ghiacciaio” di Halldór Laxness, Nobel 1955 per la letteratura, potrebbe sembrare un romanzo dissacrante, irriverente, caustico, alla Voltaire, invece non è questo, o almeno, non è solo questo. Il conte philosophique, infatti, si fa fantascienza e quindi allegoria di una società utopica dove, attraverso una bioinduzione interstellare realizzata nel ghiacciaio, “la vita è tanto progredita da non poter morire” e una vita che non può morire, “può solo diventare più forte e più bella”. E con un progetto così, teso a rendere possibile non una ma tutte le resurrezioni, la narrazione assume tratti visionari, onirici, poetici, ma anche comici e parodici. Come verso le religioni istituzionali, ad esempio. Nell’ambito di una Creazione che, mettendo d’accordo scienza e teologia, non è ancora finita o perfetta (nel senso etimologico di perficere, eseguire completamente, finire, terminare), non ci sono parole per dire la Creazione e la sua bellezza; per dire il ghiacciaio. Solo il silenzio è religioso. Persino la parola Dio, god nelle lingue germaniche, in origine non è il nome di niente. Non è nemmeno un sostantivo, al più il participio passato di un verbo che significa adorare. Dio è, in tutte le religioni, l’adorato, ma “manca il concetto stesso di Dio; non sappiamo cos’è”. Nel catechismo c’è scritto “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio”. Ma per il reverendo Jón sembra valere piuttosto “Avrai ogni altro Dio che il Signore Dio tuo”… perché “chi vuole ergere la propria fede dinanzi agli altri, badi di non perderla anche lui”.
Ma ciò che assilla i bizzarri personaggi del villaggio, è l’eternità: “la vita è un’invenzione assolutamente assurda, se non è eterna”. Il tempo come eternità, quindi la fine del Tempo, la sua abrogazione, come auspicava Strindberg, guarda caso “nordico” anche lui. Susan Sontag, nella entusiasta postfazione del libro, riconosce che anche in “Sotto il ghiacciaio” c’è lo stereotipo (ironico?) che protagonista di avventure straordinarie, di rivelazioni e scoperte, illuminazioni e iniziazioni è sempre un uomo perché “una donna può rappresentare le Donne. Solo un uomo può rappresentare l’Uomo o l’Umanità”. Tuttavia l’idea più alta del romanzo, l’eternità appunto, è incarnata in una donna. Ha forma, mutevole e cangiante, di Donna. “Úa è la donna irresistibile che si trasforma: strega, puttana, madre, iniziatrice sessuale, fonte di saggezza”. E’ ciò che non passa tra mille identità e mille luoghi diversi, “non solo nell’apparenza esterna, ma soprattutto dentro di me. Chi può portarti via tua madre? Come può tua madre andar via da te? Anzi, più tu invecchi, e più tempo passa dalla sua morte, più ti è vicina”. E come amante, come Amore, “non è mai andata via da me neanche un solo istante. Mi è più vicina lei dei fiori del campo e della luce del ghiacciaio, perché è fusa nel mio stesso respiro. Resta lì fermo solo ciò che risiede nel profondo di te stesso, anche se tu voli da una galassia all’altra”. La sua casa non può essere che all’ombra del ghiacciaio.
“Che montagna singolare. Di notte, dopo che il sole è tramontato, il ghiacciaio diventa un profilo quieto che riposa in se stesso ed esala su persone e animali la parola mai, che forse vuol dire sempre. Vieni, soffio di morte”.
“Chi non vive nella poesia non sopravvive su questa terra”. Parola di reverendo Jón. 



2 Gennaio 2012 at 00:02
L’Islanda è l’ombelico del Mondo.
La "natural burella" che ci porta su, su fino alla "ciotola di smalto rovesciata", è il percorso iniziatico che deve compiere chi islandese non è per giungere alla Conoscenza.
Ma Halldòr Laxness ubbidisce a una legge universale quando sfrutta l’umorismo per far spazio al dolore.
Così veniamo colpiti alle spalle quando quel mattacchione
trasforma quel "mai" in "sempre" mentre invoca "il soffio di morte" facendoci dubitare di aver capito.
E poiché la poesia è l’unica forma d’arte in cui la mediocrità è imperdonabile, corriamo il serio rischio, noi che islandesi non siamo, di non sopravvivere su questa terra.